13 Dicembre, 2018
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    Storia del Quartiere San Donato
Via San Donato prese questo nome nel 1835, unendo il più esterno borgo Martinetto, antico insediamento produttivo, e il piccolo nucleo di industrie settecentesche cresciute lungo il canale “di Torino”, ora scomparse, ma ricordate nella demolizione assunta dalle vie (Martinetto, Industria, Le Chiuse, Fucina ora Pinelli) Il disegno del Borgo si definì nella seconda metà dell’800 e attualmente il tracciato corrisponde alle vie San Donato, Pacinotti, Carena fino a Porta Susa.

Prime ad installarsi furono le fabbriche di birra Metzger (ancora perfettamente conservata, ma non più attiva) e Bosio - Caratsch, seguite dalle Concerie Fiorio e i Mulini del Martinetto, ora trasformate in importanti fabbriche di cioccolato: Talmone (Via Pinelli) e Caffarel (via Carena).


I quartieri Popolari nell'Ottocento a Torino.

Per scoprire la struttura architettonica, ma anche le caratteristiche delle abitazioni degli operai della Torino risorgimentale, di cui attualmente non vi è più traccia, è necessario approfondire lo sviluppo urbano, facendo un breve excursus sulle tappe salienti, che hanno conferito alla città l’odierna fisionomia.

Sotto Vittorio Amedeo III (1773-1796) si era verificato un intenso fenomeno di inurbamento; in effetti, in pochi decenni la popolazione torinese era passata dai 65809 ai 90613 abitanti. In seguito Torino iniziò la sua ascesa economica e sociale ottenendo, sotto l'egida francese, il riconoscimento di capoluogo del dipartimento del Po nel 1802. In questo periodo avvenne l'abbattimento delle porte della città e dei bastioni e furono avviati i lavori per la costruzione di opere pubbliche, in particolare ponti e piazze in sintonia con il gusto neoclassico, segno dell'influenza della dominazione francese. Tra le opere realizzate sotto Napoleone si ricorda Piazza Vittorio Emanuele, l'attuale Piazza Vittorio Veneto, progettata dall'architetto Giuseppe Frizzi; essa costituisce lo sbocco monumentale della seicentesca via Po.

Nel 1807 venne realizzato un ponte di pietra sul Po ad opera dell'architetto Carlo Bernardo Mosca; esso aprì un nuovo ingresso alla città, in corrispondenza del quartiere Balon. Nel 1811, nell’attuale piazza Castello, un incendio distrusse il Padiglione Reale, sostituito successivamente dalla cancellata di Pelagio Palagi.

Inoltre in questi anni venne introdotta la numerazione stradale.

Nonostante i grandi cambiamenti a livello architettonico apportati da Napoleone, gli accrescimenti edilizi furono rari fino al 1848, quando Torino cominciò una grande dilatazione, che fu decisiva, perché nei cinquant’anni successivi la pianta della città si ampliò di ben venti volte rispetto allo spazio occupato da essa nei precedenti diciotto secoli di esistenza.

Il diffondersi della dottrina economica del liberismo corrispose ad un nuovo impianto edilizio, non più caratterizzato dalla rigida pianificazione urbanistica, bensì dallo stimolo speculativo dei privati. Il perimetro della città fu ampliato dalla costruzione della cinta daziaria in muratura, che seguiva le maggiori direttrici degli assi suburbani, mentre la pianta mantenne il suo carattere ortogonale e la sua diffusione a schema stellare. Tra il 1822 e il 1829 alcuni isolati prospicienti il viale del Re (ora Vittorio Emanuele II) furono lottizzati e destinati all’accrescimento edilizio; i primi edifici, sorti nel 1834, conferirono la fisionomia definitiva al Borgo Nuovo, attorno al quale fiorirono ampie e rigogliose aree verdi. Allo stesso scopo fu pianificato più avanti l’ingrandimento del Borgo San Salvario.

Lo sviluppo dell’industria richiedeva inoltre vie di comunicazione più sicure ed efficaci, esigenza che trovò risposta nella creazione di un’agile ed articolata rete ferroviaria, la quale collegava la città con Genova, Susa e Pinerolo; successivamente furono aggiunti nuovi tratti che conducevano a Saluzzo e a Novara. Nacquero in concomitanza nuove possibilità di insediamento industriale lungo le direttrici della ferrovia; al centro di quest’intrico si ergeva la stazione di Porta Nuova, progettata e realizzata dagli architetti Carlo Ceppi e Alessandro Mazzucchetti.

Sempre dal punto di vista architettonico Torino si arricchì con il sorgere nel 1818 della Gran Madre di Dio, ad opera di Ferdinando Bonsignore, e, più tardi, della Mole Antonelliana, uno dei monumenti più rappresentativi della città; essa fu commissionata dalla comunità Ebraica all’architetto Alessandro Antonelli per celebrare la libertà di culto ottenuta grazie alla concessione dello Statuto Albertino.

L’incessante affluenza di immigrati faceva nascere la necessità di ampliare ulteriormente gli spazi dediti alla costruzione di nuclei residenziali, tuttavia l’incombente trasferimento della capitale a Firenze frenò quest’impulso edilizio.

A Torino la vivace vita culturale, civile e politica si svolgeva tra piazza Castello e Porta Nuova; le attività commerciali erano tendenzialmente collocate a Sud, mentre nel Nord, nelle zone denominate genericamente “Basso Dora”, sorgevano le industrie tessili e le fonderie, vincolate dalla vicinanza di corsi d’acqua per poter sfruttare la forza motrice idrica. Crescevano così i primi grandi insediamenti industriali, che appunto si concentravano tra Borgo Dora, Il Martinetto e il regio Parco : intorno ad essi nascevano quei nuclei di abitazioni che costituivano i primi quartieri operai.

I quartieri popolari, illustrati nella cartina 1, nascono praticamente nel corso del 1800 a seguito dell’opera di industrializzazione attuata dal ministro Cavour, anche se già nel 1781 era stato attuato un primo esperimento di procurare alle masse operaie della città un alloggio decente. Essendo stati insoddisfacenti i risultati, i lavoratori torinesi vivevano nella quasi totalità in case d’affitto e, eccezionalmente, presso alcuni complessi industriali in provincia, in edifici forniti dallo stesso proprietario della manifattura.

Le “case del popolo”, così chiamate da Michelle Pierrot, si sviluppavano verticalmente, per concentrare il maggior numero di persone nella minore area possibile, erano costituite da blocchi di appartamenti omogenei, formati da una o due camere; spesso circondati da spazi verdeggianti, erano però privi di quei servizi primari che altrove erano parte integrante dei nuovi quartieri.

Una descrizione pittoresca di uno di questi quartieri ottocenteschi la fornisce Piero Soria nel suo romanzo “La primula di Cavour”:

“Si allungava sul Po. Alla sinistra della piazza Vittorio Emanuele. Fino oltre la strada di San Maurizio. In un intrico fittissimo di viottoli melmosi, in cui l’acqua del fiume filtrava senza posa. Creando pozze e ristagni maleodoranti. Che richiamava tutti i ditteri di Torino. Per questo il popolino l’aveva chiamata la contrada del Moschino...”

In quelle misere catapecchie di legno, lungo quegli orti stenti che si aprivano improvvisi, in mezzo a quelle piccole reti agganciate ai pali e tra quel nauseante lezzo di pesce appeso ad essiccare che faceva gemere persino i cani, nessuno avrebbe mai lasciato mancare il suo sostegno a un vicino.”

Questo a sottolineare la solidarietà, spesso la complicità, che legavano gli umili, gli oppressi, i lavoratori nella splendida ed eterogenea Torino ottocentesca.


Le abitazioni popolari nell'Ottocento a Torino.

Ormai siamo abituati a pensare alla casa come luogo fondamentale per la nostra esistenza, dove si trascorre la maggior parte del tempo. Essa rappresenta infatti la famiglia, punto di sicurezza e di appoggio, ma non poteva essere tale per un lavoratore durante l’800, in quanto gli operai lavoravano fino a tredici ore al giorno fuori casa e, anche quando rientravano, non potevano sicuramente godere di quella “privacy” a cui noi oggi siamo abituati.

Questo avveniva a causa del fatto che molto spesso le stanze dovevano essere condivise da un alto numero di persone, creando così una situazione di disagio morale e promiscuità che si aggiungeva al degrado delle abitazioni.

Inoltre l’abitazione era un problema che angustiava sia gli operai di Torino, sia i salariati agricoli a causa dei prezzi elevati degli affitti in città e la generale insalubrità delle case in campagna.

Dagli studi di Gian Mario Bravo su Torino operaia pubblicati nel 1968 si ricava che l’alloggio per una famiglia operaia era formata da due stanze: una cucina-soggiorno, che di notte era anche la camera da letto dei bambini più grandi, e un’altra camera per i bambini più piccoli e i genitori. Dal momento che l’affitto rappresentava il 20/25% degli introiti di una famiglia, questa era la prima spesa su cui si risparmiava; così, man mano che la prole aumentava, diminuiva anche il numero di stanze a disposizione.

A Torino un appartamento decente, ma non elegante, in una casa moderna, costava da 100 a 200 lire per stanza l’anno, mentre una piccola abitazione operaia, di due stanze abbastanza grosse, o di tre piccoli locali, costava complessivamente 150 lire annue.

Anche le abitazioni riservate alla piccola borghesia avevano un costo elevato e assorbivano buona parte dello stipendio di un impiegato, mentre abitazioni per commercianti e artigiani comprendenti anche il negozio arrivavano a costare 2500 - 3000 lire l’anno.

Ecco una tabella riassuntiva del costo degli affitti nella Torino del primo Ottocento.

Genere abitazioni costo £ periodo
Piccola operaia 150 £ all’anno
Appartamento moderno 100/200 £ per stanza all’anno
Piccola borghese 15/30 £ al mese
Negozi e botteghe 2500/3000 £ all’anno
In campagna in media 675 £ all’anno

Vediamo ora come erano costruite le case nel periodo carloalbertino: esternamente rudimentali, di materiali semplici, questi edifici apparivano mal imbiancati, con uno spazio strettissimo tra la grondaia e l’abbaino che portava al tetto in travi di legno, carenti sia per l’architettura sia per l’igiene. Generalmente esse davano su vie selciate, nel mezzo delle quali correvano piccoli corsi d’acqua, le doire, che servivano di scolo per le acque piovane e per i rifiuti: infatti una parte della città mancava ancora di fognature. Le case inoltre erano prive di servizi decenti: mancavano fonti d’acqua pubbliche e l’acqua potabile era data solamente dai pozzi che ciascun edificio doveva possedere. Le latrine erano esterne, su balconi o nei cortili, non sempre isolate con muri, ma con semplici tramezzi, spesso comuni a più famiglie, a scapito del mantenimento della pulizia. Inoltre ogni casa era obbligata a mantenere latrine a disposizione dei passanti con il conseguente, immaginabile risultato di sporcizia negli androni, nei cortili, nelle facciate prospicienti le case.

All’interno gli edifici popolari erano, su ogni piano, organizzati come un lungo corridoio sul quale si disponevano molti usci, corrispondenti agli “appartamenti”.

Questi, molto semplici, presentavano stanze spoglie e scure e una mancanza tale di luce da non poter leggere senza rovinarsi gli occhi. Il riscaldamento avveniva tramite un fornellino, che diffondeva ovunque polvere di carbone. Le stanze erano poveramente arredate con seggiole e tavoli in legno; i letti erano riservati ai lavoratori più agiati; per i più poveri il giaciglio constava in un mucchio di stracci posti a terra a costituire il materasso. Raramente un cassettone di famiglia, stoviglie colorate o una gabbietta per gli uccelli davano un senso di intimità e piacevolezza.

Ecco la casa, la sweet home dove i lavoratori avrebbero dovuto trovare riposo, serenità, allegria negli affetti familiari dopo una giornata lavorativa di 12 - 13 ore in una fabbrica, dove d’altronde la situazione era analoga.

Infatti, le fabbriche di questo periodo erano in genere squallide e poste in vicinanza dei corsi d’acqua per poter usufruire dell’energia idrica e, perciò, umide e infettate da insetti. Inizialmente come sede per gli opifici erano riutilizzati antichi edifici come monasteri ed ex conventi o grosse cascine. Un esempio sono le numerose filature di seta: “si aveva un’alta tettoia sostenuta da pilastri di mattoni collegati da muri o semplici cancellate di legno, all’interno c’erano fornelletti alimentati a legno e sprigionanti continuamente fumo...”.

Surriscaldate in estate e gelide di inverno a causa di poche finestre e muri sconnessi che facevano entrare correnti d’aria fredda e calda, sempre umide e fumose, accalcavano operai sottoposti alla polvere della lavorazione del cotone, alla puzza degli acidi, al fumo del vapore.

Pertanto i lavoratori operavano in condizioni antigieniche che spesso causavano malattie linfatiche, febbri croniche e disturbi alle vie respiratorie: un operaio a quarant’anni era già considerato vecchio. La vita nella fabbrica era dura: il lavoro, faticoso e lungo, si fondava sulla forza manuale ed era svolto soprattutto da donne e bambini. Si contavano in percentuale generalmente il 64% di donne, il 14% di bambini e la restante percentuale di uomini. Le ore di lavoro potevano arrivare a 13/14 al giorno.

La classe operaia dovette aspettare il 1886 per riuscire ad ottenere le prime legislazioni sociali per la tutela degli orari, dell’ambiente e delle condizioni generali del lavoro ( sarà introdotto per esempio l’obbligo dei libretti, i limiti di età lavorativa saranno alzati a dodici anni…). Questa situazione non era certo ripagata dal salario, perché uno stipendio minimo nel 1880 era di 0,45 £, il massimo ( quello dei fabbri) era di 3,31 £ giornaliere, mentre il pane costava 0,46 £ e la carne 1,32 £ al kg.

Quindi un operaio lavorava un giorno intero per un chilo di carne o due chili di pane e un litro di vino.

  Il portale dei quartieri di Torino
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